mercoledì 13 marzo 2019

Al confine

   
Non si vede niente. E’ troppo buio? C’è troppa luce? C’è come un rumore di fondo, un brusio, le parole non si distinguono le une dalle altre.
Una voce sembra farsi più chiara. In che lingua sta parlando? Non si capisce.


<Take-chan?>


Qualcuno chiama. Sembra familiare. Una voce che non viene sentita da tanto tempo ma calda e confortevole, in grado di scaldare l’animo.


<Take-chan, che fai? Dormi?>


<Ojiich..?>


Il dolore alla testa è immediato, nemmeno il tempo di finire la parola. Il colpo non è in un punto vitale ma il dolore si sente, eccome!


<Ti ho già detto di non chiamarmi così!> Replica la voce, irritata.


Takeshi mette a fuoco, all’improvviso sembra poterlo fare. Di fronte a sé si trova un uomo sulla settantina ma in perfetta salute, con bianchi capelli lunghi acconciati in una coda ordinata, barba lunga ma regolata e un kimono blu. Seduto, con una spada di legno nella mano destra con cui ha appena sferrato quel colpo fulmineo.


<Hai già dimenticato le buone maniere? E’ così che si saluta il proprio maestro? I giovani, davvero..> L’uomo scuote la testa, con teatrale disappunto.


Takeshi sorride e s’inchina con rispetto. <Dai-sensei.>


L’uomo grugnisce una severa approvazione, annuendo un’unica volta e in modo netto. Poi l’espressione si ammorbidisce.


<Sei cresciuto. Non sei più il ragazzino che voleva farsi i capelli biondi da teppistello. Ora sei un uomo.> Una nota di soddisfazione nella voce, che trasmette calore. Solo ora 
 Takeshi si rende conto di essere seduto come il proprio maestro. Le cose sembrano prendere forma poco a poco attorno a loro ma sono ancora estremamente confuse.


<E hai cambiato casa. Adesso vivi dall’altra parte dell’oceano. Stai vivendo il sogno americano? O hai pensato che da yankee di strada dovevi diventare uno yankee vero?> Il maestro ridacchia. <Come ti trovi?>


<E’ un posto strano.> Replica Takeshi, sentendosi confuso ma stranamente calmo al tempo stesso. Come se capire non fosse importante e che in quel momento, in quel posto, ci sia solo pace assoluta. <La gente pensa più al futuro e al passato che al presente. Ma succede anche da noi, no? Certo l’educazione è diversa. Non è stato facile abituarsi. Non è facile. Certamente ancora faticoso. A volte mi sembra di avere sulle spalle tutta la fatica del mondo.>


<Che cosa ti ho sempre detto, Take-chan? Le cose importanti vanno trattate con leggerezza. Quando imparerai?>


<Con l’esercizio della pazienza e dell’allenamento, dai-sensei. Il “quando” arriverà nel tempo giusto.>


L’uomo mugugna un’approvazione, annuendo di nuovo con decisione. Takeshi approfitta subito del momento di pausa.


<Dove ci troviamo, dai-sensei?>


<Usa un po’ di buonsenso. A te dove sembra che siamo?>


Takeshi si guarda attorno. Ora gli sembra di poter mettere a fuoco. Tatami, pareti di carta, pareti aperte su un giardino zen. Luce che entra dall’esterno. Aria rinfrescante ma non fredda. Temperatura mite. Un cinguettio poco lontano. Il rumore dell’acqua che scorre. Un posto sconosciuto ma al tempo stesso stranamente familiare.


<Non lo so.>


Il maestro ride sommessamente. <Hai ancora tanto da imparare. Di certo ti stai dando da fare, mh? Hai cercato di uccidere un generale alieno, il grande Bargh. Pensi che ne saresti stato capace?>


<No. Non ci sono riuscito, è evidente che non ne sono stato capace. Ma era mio dovere provare.>


<Anche a costo di lasciare indietro i civili? E’ questo che ti ho insegnato, a dimenticare i tuoi doveri verso la popolazione?>


<Non erano soli, c’erano soldati e mutanti e vigilanti. Un uomo in più non avrebbe cambiato molto. Non tutto. Uccidendo Bargh avrei potuto gettare nel caos le linee, forse anche interrompere immediatamente l’attacco nemico. Avrei salvato vite in futuro. Bisognava provare.>


<Aaaahhh, Take-chan. Così forte e convinto. Eppure non così forte e convinto come sembri apparire, mh? Hai avuto molti dubbi di recente. Non nasconderlo, so queste cose. Ogni volta che vedevi qualcuno tormentato dalla guerra, ogni volta che vedevi qualcuno soffrire, ogni volta che l’animo di una persona attorno a te era disturbato, tu dubitavi. Dubitavi di quello che potevi fare, delle tue capacità, della Via e della Giusta scelta da fare.>


<E’ vero. Volevo aiutarli tutti. Voglio trovare il modo per farlo. Mi sembra di sentire i tormenti degli altri, mi sembra di vederli incrinarsi dentro fino a quando non si spezzeranno. Ma non so come. E ogni secondo in cui gli altri stanno male è un secondo in cui io mi sento male, perché non so come sostenerli e perché questa mia mancanza pesa alle persone.>


Il maestro ride, di una risata profonda e cristallina, come ha sempre fatto in questi casi. <Non puoi salvarli tutti. Non è nemmeno il tuo dovere. Tu devi badare solo a te stesso, forgiarti attraverso la Via e l’applicazione dei voti. Gli altri dovranno badare a sé stessi e ispirarsi dalla tua presenza, trarne sostegno. Non puoi percorrere la strada per altre persone, solo la tua.>


<E’ vero. Però è tanto difficile.>


<Il tuo spirito è ancora debole, se non riesci a ricacciare al loro posto certi dubbi. Ricorda che non è mai una questione di quello che provi ma di come gestisci le tue emozioni. E ti comporti di conseguenza. Guarda all’essenza delle cose, non accontentarti solo della superficie di quello che appare.>


Takeshi non risponde. Le parole risuonano come una calma verità, una certezza irrinunciabile e immutabile, che si possono solo accogliere. Passano momenti che sembrano battiti di ciglia e intere giornate, di pace assoluta.


<Parlami della tua compagna.> Riprende il maestro, con pazienza.


<E’ una persona meravigliosa. Soffre molto ma io ho visto la grande forza che ha dentro di sé. C’è molto di buono in lei e ha una volontà che potrebbe vincere qualsiasi cosa, se solo si decidesse ad affrontare sé stessa. Molto potenziale, molto sprecato.>


<E credi davvero che valga la pena di stare con una persona che si lascia andare in questo modo?> La replica severa dell’uomo. <Ricorda che condividi parte della strada delle persone a cui ti leghi. Se lei si sta sprecando allora anche tu stai sprecando te stesso.>


<Io non credo, vedo. Vedo una forza eccezionale in una persona eccezionale. Sono convinto. Ho fede. E una sola parola, dai-sensei.>


Il maestro sbuffa. Poi comincia a ridere. Dopo qualche momento anche Takeshi si lascia contagiare ed entrambi finiscono a ridere, con animo leggero.

<Ben detto, Take-chan. Sei cresciuto. Sei un uomo. Ora devi andare.>


Takeshi appare interdetto. <Dove? Dai-sensei, dove ci troviamo? Che posto è questo?> Si guarda attorno. <E’.. un sogno?>


Il maestro sorride, di un sorriso largo e pieno di dolcezza paterna. <Non è la vita stessa, un sogno dentro al sogno?> Ridacchia benevolo. <Forse questa è la realtà e tu stai tornando nel sogno. O forse chissà. Quanto senti che sia importante questa domanda?>


Non c’è risposta. Tutto attorno sembra farsi assordante e silenzioso. Sono soli eppure sembra ci siano persone ovunque. C’è luce e c’è buio. Tutto e nulla.

E poi in un altro mondo e in un altro tempo, Takeshi comincia a riprendere i sensi nell'infermeria dello Stay Alive.

mercoledì 6 febbraio 2019

2026

Il Maestro diceva:
"Rifletti sempre su qual è la natura dei tuoi pensieri.
Se non riesci a farlo, chiamali a voce.
Se non rispondono, scrivi.
Se non c'è scrittura adatta, svuota la mente."

Qual è la vera natura della situazione in cui ci troviamo?
Siamo tornati indietro? Siamo in un'illusione? Un sogno dentro al sogno che è la vita stessa?

Takeshi è solo, all'interno del rifugio e in quel angolo di mondo che si è ritagliato per sé. Gli altri sono fuori e non è qualcosa di cui si cura. C'è solo lui, sé stesso e le sue domande.

I ricordi arrivano facilmente, al tempo in cui la propria casa era ancora nel Paese degli Dei. Nello stesso periodo in cui è ripiombata la città, solo a un oceano e un mondo di distanza.
Febbraio 2026. Il primo dei suoi compagni era già caduto? Gli pare di sì. Jiro. Quale splendida morte che incontrò! Alla sera tutti bevettero al suo coraggio, una vita nell'onore con una fine altrettanto degna. Miyake-sama disse poche parole, le necessarie, e tutti resero omaggio all'evento. Il Clan, il rappresentate della Prefettura, il Maggiore Okada, i rappresentanti del distretto, la famiglia salvata. Tutti.
Tutti a onorare l'atto di una persona che, attraverso la sola volontà, aveva protetto una famiglia di kami. O di superumani, come piace dire negli USA. Ah, le benedizioni del monaco! Di certo la sua anima fu tutelata e accompagnata nel suo prossimo viaggio, dopo tanta gratitudine e preghiere di augurio.

Ma qui, non è il Giappone. Takeshi percepisce solo rimorsi tra i sopravvissuti. Rimpianti. Persone che stringono a sé certi sentimenti come se fossero un tesoro, anche quando questi stessi scavano, rodono e fanno marcire l'animo. Un sacco di paura.
Qui non si usa esaltare i ricordi. I morti sono solo morti e chi è vivo rimane con l'amarezza della solitudine. Alcuni chiudono tutto in un angolo della memoria, illudendosi di dimenticare. Altri si buttano su un'altra emozione qualsiasi, una qualsiasi impresa o rapporto con gli altri, augurandosi che l'intensità distragga e regali un attimo di pace. Tanta speranza e tanta paura.
Tanti sforzi, anche se poi tutto torna come prima. I ricordi non scompaiono. Le emozioni non spariscono. La vita non si può fuggire, non si può dimenticare, solo accettare. Le cose cambiano.

La fronte dell'uomo si corruga, espressione della propria perplessità. Come si può vivere nell'illusione che le cose continuino per sempre? Ogni cosa che esiste ha un inizio e una fine. Non è proprio perché gli attimi sono unici, irripetibili, che vale la pena di viverli?
Ogni cosa può peggiorare, nauseare o diventare insopportabile. Si invecchia, si diventa fragili e infine si muore. Non accettarlo perché è doloroso è come rifiutare la vita stessa.

Passano gli istanti. Qualche esplosione in lontananza, cose da poco. Il vento porta sempre rumori lontani, echi. Takeshi fa un respiro profondo, cercando di sgombrare la mente.

Qualcuno gli ha detto che gli è facile pensare così. Lui non era in città, non deve misurarsi con i morti ritornati in vita. E' vero, ora più che mai è uno straniero. Un estraneo.
Eppure non riesce a capire. Non capisce come si possa esaltare la memoria dei morti creando caos e struggendosi nel dolore. Se la loro vita e morte ispirano solo sentimenti negativi, come si potrà mai dire che furono grandi persone? Che influenzarono il mondo in positivo con la loro esistenza?


Eppure nemmeno troppo tempo fa, forse avrebbe capito e pensato le stesse cose. Subito dopo la guerra. Quando il colpo era ancora fresco e il vuoto insondabile. Ma non ora.
Onestà nella Via significa anche mettere a nudo sé stessi. Guardare profondamente nel proprio cuore, senza celare nulla. Accettare quello che si prova. Lasciare che il cuore sia un buon giudice, da incontrare senza vergogna.
E così Takeshi ha fatto la sua pace con i morti. Li ha lasciati al loro karma. Come potrebbe essere altrimenti? Ora loro sono rinati in un altro corpo. Oppure sono spiriti benigni che visitano le persone e infondono loro la stessa forza che hanno avuto in vita. Magari qualcuno è diventato un kami o ha visitato un'altra persona e le ha donato poteri straordinari.
Certo che loro sono andati avanti, Takeshi è andato avanti e tutti sono un fiume che scorre di continuo.


Arriva un sorriso sul volto, di pace e con un ché di divertito. Forse sta pretendendo troppo. Non lo diceva anche il Maestro?
"Devi avere più compassione di te stesso, poiché non sei perfetto e infallibile. Così come devi avere compassione degli altri, poiché anche nei loro sbagli si sforzano di vivere al meglio."

Non si può pretendere che le persone qui capiscano. Non sono abituati, non è la loro cultura e, come diceva il Maestro, fanno il loro meglio con ciò che hanno a disposizione.
Certo, come essere umano sente una grande tristezza di fronte a questo dolore. E' un vero peccato che molti non riescano a vivere nel presente, lasciando il passato al passato.
Ma non ha il potere di cambiare le persone. Anche ad averlo, non lo userebbe.

Non conosce la Verità. Conosce solo il modo per sondare e sconfiggere sé stesso.
Aspetterà. Avrà pazienza.
Quando arriverà il momento di parlare, dirà una buona parola.
Quando sarà l'occasione di agire, farà un gesto di aiuto.

Quando non si potrà avvicinare, il suo sguardo trasmetterà tutto il sostegno di cui è capace.
Quando non sarà più presente, le sue gesta toccheranno l'animo delle persone e avranno un eco.
Tale è la Via e non si può essere di meno. Takeshi riapre gli occhi e fa un respiro profondo.
E' ora di andare.