Non si vede niente. E’ troppo buio? C’è troppa luce? C’è come un rumore di fondo, un brusio, le parole non si distinguono le une dalle altre.
Una voce sembra farsi più chiara. In che lingua sta
parlando? Non si capisce.
<Take-chan?>
Qualcuno chiama. Sembra familiare. Una voce che non viene
sentita da tanto tempo ma calda e confortevole, in grado di scaldare l’animo.
<Take-chan, che fai? Dormi?>
<Ojiich..?>
Il dolore alla testa è immediato, nemmeno il tempo di finire
la parola. Il colpo non è in un punto vitale ma il dolore si sente, eccome!
<Ti ho già detto di non chiamarmi così!> Replica la
voce, irritata.
Takeshi mette a fuoco, all’improvviso sembra poterlo fare.
Di fronte a sé si trova un uomo sulla settantina ma in perfetta salute, con bianchi
capelli lunghi acconciati in una coda ordinata, barba lunga ma regolata e
un kimono blu. Seduto, con una spada di legno nella mano destra con cui ha
appena sferrato quel colpo fulmineo.
<Hai già dimenticato le buone maniere? E’ così che si
saluta il proprio maestro? I giovani, davvero..> L’uomo scuote la testa, con
teatrale disappunto.
Takeshi sorride e s’inchina con rispetto. <Dai-sensei.>
L’uomo grugnisce una severa approvazione, annuendo un’unica
volta e in modo netto. Poi l’espressione si ammorbidisce.
<Sei cresciuto. Non sei più il ragazzino che voleva farsi
i capelli biondi da teppistello. Ora sei un uomo.> Una nota di soddisfazione
nella voce, che trasmette calore. Solo ora
Takeshi si rende conto di essere
seduto come il proprio maestro. Le cose sembrano prendere forma poco a poco
attorno a loro ma sono ancora estremamente confuse.
<E hai cambiato casa. Adesso vivi dall’altra parte dell’oceano.
Stai vivendo il sogno americano? O hai pensato che da yankee di strada dovevi
diventare uno yankee vero?> Il maestro ridacchia. <Come ti trovi?>
<E’ un posto strano.> Replica Takeshi, sentendosi
confuso ma stranamente calmo al tempo stesso. Come se capire non fosse
importante e che in quel momento, in quel posto, ci sia solo pace assoluta.
<La gente pensa più al futuro e al passato che al presente. Ma succede anche
da noi, no? Certo l’educazione è diversa. Non è stato facile abituarsi. Non è
facile. Certamente ancora faticoso. A volte mi sembra di avere sulle spalle tutta la
fatica del mondo.>
<Che cosa ti ho sempre detto, Take-chan? Le cose
importanti vanno trattate con leggerezza. Quando imparerai?>
<Con l’esercizio della pazienza e dell’allenamento,
dai-sensei. Il “quando” arriverà nel tempo giusto.>
L’uomo mugugna un’approvazione, annuendo di nuovo con
decisione. Takeshi approfitta subito del momento di pausa.
<Dove ci troviamo, dai-sensei?>
<Usa un po’ di buonsenso. A te dove sembra che siamo?>
Takeshi si guarda attorno. Ora gli sembra di poter mettere a
fuoco. Tatami, pareti di carta, pareti aperte su un giardino zen. Luce che
entra dall’esterno. Aria rinfrescante ma non fredda. Temperatura mite. Un
cinguettio poco lontano. Il rumore dell’acqua che scorre. Un posto sconosciuto
ma al tempo stesso stranamente familiare.
<Non lo so.>
Il maestro ride sommessamente. <Hai ancora tanto da
imparare. Di certo ti stai dando da fare, mh? Hai cercato di uccidere un
generale alieno, il grande Bargh. Pensi che ne saresti stato capace?>
<No. Non ci sono riuscito, è evidente che non ne sono
stato capace. Ma era mio dovere provare.>
<Anche a costo di lasciare indietro i civili? E’ questo
che ti ho insegnato, a dimenticare i tuoi doveri verso la popolazione?>
<Non erano soli, c’erano soldati e mutanti e vigilanti.
Un uomo in più non avrebbe cambiato molto. Non tutto. Uccidendo Bargh avrei
potuto gettare nel caos le linee, forse anche interrompere immediatamente l’attacco
nemico. Avrei salvato vite in futuro. Bisognava provare.>
<Aaaahhh, Take-chan. Così forte e convinto. Eppure non
così forte e convinto come sembri apparire, mh? Hai avuto molti dubbi di
recente. Non nasconderlo, so queste cose. Ogni volta che vedevi qualcuno tormentato
dalla guerra, ogni volta che vedevi qualcuno soffrire, ogni volta che l’animo
di una persona attorno a te era disturbato, tu dubitavi. Dubitavi di quello che
potevi fare, delle tue capacità, della Via e della Giusta scelta da fare.>
<E’ vero. Volevo aiutarli tutti. Voglio trovare il modo
per farlo. Mi sembra di sentire i tormenti degli altri, mi sembra di vederli
incrinarsi dentro fino a quando non si spezzeranno. Ma non so come. E ogni
secondo in cui gli altri stanno male è un secondo in cui io mi sento male,
perché non so come sostenerli e perché questa mia mancanza pesa alle
persone.>
Il maestro ride, di una risata profonda e cristallina, come
ha sempre fatto in questi casi. <Non puoi salvarli tutti. Non è nemmeno il
tuo dovere. Tu devi badare solo a te stesso, forgiarti attraverso la Via e l’applicazione
dei voti. Gli altri dovranno badare a sé stessi e ispirarsi dalla tua presenza,
trarne sostegno. Non puoi percorrere la strada per altre persone, solo la
tua.>
<E’ vero. Però è tanto difficile.>
<Il tuo spirito è ancora debole, se non riesci a
ricacciare al loro posto certi dubbi. Ricorda che non è mai una questione di
quello che provi ma di come gestisci le tue emozioni. E ti comporti di
conseguenza. Guarda all’essenza delle cose, non accontentarti solo della
superficie di quello che appare.>
Takeshi non risponde. Le parole risuonano come una calma
verità, una certezza irrinunciabile e immutabile, che si possono solo
accogliere. Passano momenti che sembrano battiti di ciglia e intere giornate,
di pace assoluta.
<Parlami della tua compagna.> Riprende il maestro, con
pazienza.
<E’ una persona meravigliosa. Soffre molto ma io ho visto
la grande forza che ha dentro di sé. C’è molto di buono in lei e ha una volontà
che potrebbe vincere qualsiasi cosa, se solo si decidesse ad affrontare sé
stessa. Molto potenziale, molto sprecato.>
<E credi davvero che valga la pena di stare con una
persona che si lascia andare in questo modo?> La replica severa dell’uomo.
<Ricorda che condividi parte della strada delle persone a cui ti leghi. Se
lei si sta sprecando allora anche tu stai sprecando te stesso.>
<Io non credo, vedo. Vedo una forza eccezionale in una
persona eccezionale. Sono convinto. Ho fede. E una sola parola, dai-sensei.>
Il maestro sbuffa. Poi comincia a ridere. Dopo qualche
momento anche Takeshi si lascia contagiare ed entrambi finiscono a ridere, con
animo leggero.
<Ben detto, Take-chan. Sei cresciuto. Sei un uomo. Ora
devi andare.>
Takeshi appare interdetto. <Dove? Dai-sensei, dove ci
troviamo? Che posto è questo?> Si guarda attorno. <E’.. un sogno?>
Il maestro sorride, di un sorriso largo e pieno di dolcezza
paterna. <Non è la vita stessa, un sogno dentro al sogno?> Ridacchia
benevolo. <Forse questa è la realtà e tu stai tornando nel sogno. O forse
chissà. Quanto senti che sia importante questa domanda?>
Non c’è risposta. Tutto attorno sembra farsi assordante e
silenzioso. Sono soli eppure sembra ci siano persone ovunque. C’è luce e
c’è buio. Tutto e nulla.
E poi in un altro mondo e in un altro tempo, Takeshi comincia a riprendere i sensi nell'infermeria dello Stay Alive.
E poi in un altro mondo e in un altro tempo, Takeshi comincia a riprendere i sensi nell'infermeria dello Stay Alive.